Ratched è l’ultima produzione targata Ryan Murphy, la mente (e i soldi) già dietro American Horror Story, Pose e Nip/Tuck. Continua il sodalizio dell’autore con Netflix, che distribuirà la miniserie ispirata – circa – a “Qualcuno volò sul nido del cuculo” a partire dal 18 settembre.

Ratched

Ratched si apre su un congrega di preti nel belmezzo di una cena e intenzionati ad andare al cinema appena finito. Uno dei quattro accusa un forte raffreddore e preferirebbe starsene riguardato a letto. In realtà appena rimasto solo si fionda in camera per masturbarsi furiosamente su un catalogo di biancheria intima che copre il 90% del corpo (è pur sempre il 1947). Ma Dio vede e provvede: il peccatore viene prontamente distratto da una serie di colpi sulla porta principale, corre al piano di sotto per andare ad aprire e si trova di fronte un uomo ben vestito gli chiede di usare il telefono per chiamare un meccanico, dato che la sua auto è rimasta in panne a qualche centinaio di metri. Da buon cristiano il prete lo fa accomodare, offrendogli anche gli avanzi della cena per sfamarsi. Ma Dio è molto arrabbiato, e si tratta pur sempre di una serie di Ryan Murphy, quindi se c’è Finn Wittrock in scena qualcuno deve morire, anche più di qualcuno. Rientrati dal cinema i tre preti si trovano davanti uno spettacolo orribile, ma che è niente rispetto a quello che deve ancora arrivare. Dopo aver smurato il gabinetto con la faccia di uno dei tre il giovane si rivolge direttamente al monsignore della confraternita, e gli rivela di essere Edmund Tolleson, figlio di una suora che lui aveva violentato anni prima, cacciata dal convento e infine morta di overdose nel bordello in cui si prostituiva. E qui c’è il primo vero twist, perché contrariamente alle aspettative è un prete ad essere sodomizzato. Precisamente il monsignore, che si becca una lama tra le costole e una verga dove non batte il sole, a più riprese, mentre l’unico superstite li fissa incredulo sotto al letto, probabilmente rivalutando molte delle sue scelte di vita.

Ratched


Dopo questo macello conosciamo la vera protagonista di Ratched: Sarah Pauls…ehm, Mildred Ratched, interpretata da Sarah Paulson, infermiera navigata che intende farsi assumere in una clinica psichiatrica in California dove, per pura coincidenza, sta per essere internato anche Tolleson. Durante il colloquio col dottor Hanover (Jon Jon Briones) Pauls…ehm, l’infermiera si vanta di aver avuto a che fare con soldati completamente bruciati, sia fisicamente che di testa, che l’avrebbero violentata alla prima occasione, ma essendo costretti a letto o in catene si limitavano a lanciare feci e sperma. Il dottore è fortemente impressionato dalle sue qualifiche e quindi, anche se non immediatamente, decide di assumerla.

Ratched

Insomma, c’erano tutti i presupposti per una nuova stagione di American Horror Story, a parte per un piccolo particolare, e cioè che la serie si chiama Ratched, e non American Horror Story. Una scelta a mio avviso quanto meno curiosa, magari dovuta a vincoli contrattuali o eccesso di idee (o magari perché già avevano ambientato una stagione in un ospedale psichiatrico) per lo show che ormai si è consolidato come un pilastro del pulp americano, con quell’inconfondibile stile campy e sempre sopra le righe. Tutti elementi che riscontriamo anche in questa serie, con la sottile differenza che sembra decisamente intenzionata a farsi prendere sul serio.

Dal primo sguardo alla clinica capiamo subito che hanno fatto di tutto per renderla l’anti-Briarcliff: invece del classico look da manicomio criminale ci troviamo di fronte a spazi aperti, toni pastello, carta da parati colorata, tutte cose che realmente contribuiscono a renderla un ambiente sereno, per quanto kitsch e non minaccioso. La differenza è sostanziale anche per quanto riguarda i membri dello staff, la cui unica colpa sembra quella di essere nati prima che la psichiatria muovesse i suoi primissimi passi e quindi togliere pezzi di cervello a chi soffriva di “melanconia” o peggio di “lesbianismo” era la prassi. Non ci sono sadici invasati che torturano e mutilano i pazienti motivati da fanatismo religioso, ma solo infermieri e dottori che torturano e mutilano i pazienti in nome di una pseudoscienza diffusasi in un momento storico che tutti preferiamo far finta non sia mai accaduto (la fondazione Nobel non ha mai ritirato il premio assegnato all’inventore della lobotomia).

Il livello di produzione di Ratched è ovviamente alto, non che qualcuno si aspettasse di meno dalla combo Netflix + Murphy, ma per qualche motivo il mixing dell’audio lascia alquanto a desiderare e quella che generosamente potremmo chiamare colonna sonora copre fin troppo spesso suoni ambientali o addirittura i dialoghi. La regia tende a non farsi notare troppo, a parte quando occasionalmente si decide di mandare in vacca la diegesi saturando il verde e riproducendo quello che sembra il test dolby surround della THX, di gran lunga la cosa più terrificante di tutta la serie. Lasciano perplessi alcune scelte di montaggio, con salti difficilmente giustificabili, se non con la mancanza di riprese con cui riempire i buchi.

Il cast è di tutto rispetto, nessuna performance esattamente degna di nota ma nemmeno niente di imbarazzante. Quasi niente. I due protagonisti Mildred Ratched e Edmund Tolleson sono interpretati discretamente da Sarah Paulson e Finn Wittrock, il problema è che, come Tim Burton ci ha insegnato, non è sempre una buona idea lavorare per anni con gli stessi attori, perché rischiano di ridursi ad una parodia di se stessi. Ottime le prestazione di Jon Jon Briones e Judy Davis, che interpretano rispettivamente il direttore della clinica, Richard Hanover, e la capo infermiera, Betsy Bucket, legati da una sorta di amore/odio. Nel senso che lei ama lui e lui odia lei.

Degna di nota la presenza di Sharon Stone, in una parte che chiaramente sarebbe dovuta essere di Jessica Lange. È fondamentalmente inutile descrivere la storia o i personaggi a chiunque abbia familiarità con i lavori degli autori, ma qualcuno in malafede potrebbe dire che sono scritti con la cazzuola, prendendo dalla betoniera dei traumi infantili e schiaffandoceli sopra finché non si vede nemmeno più una sagoma. A questo si aggiunge la (s?)gradita abitudine di Murphy di ammazzare i personaggi che hanno svolto la loro funzione narrativa, o che non sa come chiudere altrimenti. Al tempo stesso chi ha ancora qualcosa da fare potrebbe mangiarsi il cianuro a manciate e non gli succederebbe comunque niente.

Come i più arguti avranno capito, per me Ratched è sostanzialmente sovrapponibile ad American Horror Story, ma quel poco per cui i due differiscono è esattamente quello che rendeva quest’ultimo un guilty pleasure così perfetto. Anche la ricorrenza del cast tra una stagione e l’altra non danneggiava la sospensione dell’incredulità, anzi aggiungeva quel senso di riunione familiare, contribuendo a trasformare una serie che va avanti da un decennio in una sorta di rito, come una recita di Natale, ma che non ti fa venire voglia di cavarti gli occhi con un punteruolo. Abbandonare il sovrannaturale, un eccellente tappabuchi/plot driver per questo tipo di show, in favore di una verosimiglianza che non aggiunge nulla al tutto sembra una scelta quanto meno bizzarra. Per di più fatto inseguendo un pretesto letterario che, detto molto francamente, è assolutamente risibile, se non offensivo. Va detto che la serie affronta alcune tematiche importanti, come l’affermazione dell’identità omosessuale, che potrebbero risultare disturbanti per gli edgelords che ancora non hanno digerito The Last of Us 2.